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ROCCOTELLI mista su tela 30×90 trittico

Categoria: ID: 3092

MICHELE ROCCOTELLI

 

Altro che retorica di vita d’artista. Quando aveva 14 anni, Michele lasciò Minervino Murge per venire a studiare a Bari, la grande città in cui perdersi. Abitava all’estrema campagna di periferia, e l’istituto d’arte era dal lato opposto. Nelle assonnate prime mattine, lo si vedeva a piedi con grossi rotoli di carta sotto il braccio, a piedi ed erano chilometri. E passava anche per il mare, completando, con la terra e il cielo, la santissima trinità che lo farà diventare Roccotelli. Dai tempi del sacrificio veniva del resto, nato nel 1946, il più piccolo di una famiglia di nove figli (cinque rimasti in vita), ma quando ancora si poteva sognare un futuro. Famiglia con un pezzo di terra, trecento mandorli e una casetta, ma poi venduto. Un piccolo negozio di generi alimentari gestito dal padre e con la madre che faceva la panettiera: quindi pane che non solo metaforicamente non mancava mai come sempre nella civiltà contadina. E una voglia di disegnare e dipingere che un cugino capì subito dove avrebbe portato. Vecchi lenzuoli, logori e stinti, gli dava la madre perché lui potesse cominciare ad essere ciò che sarebbe stato, e fogli di carta gialla da formaggio, e chiodi arrugginiti a dare l’idea della tavolozza. E poi lì, a scuola, l’ispirazione che diventava tecnica. Tra colori primari e complementari. Tra linea e forma. Tra toni, semitoni, spazi, pause, come ha ricordato il suo maestro di discipline pittoriche, un nome del prestigio di Francesco Spizzico. Poi il perfezionamento degli studi a Roma, e una iniziale frequenza di studi di architettura. Ma l’arte fremeva. Ora l’atelier di Michele Roccotelli a Bari rievoca, e neanche questa è retorica, la Parigi romantica dell’esodo di tanti maledetti che sarebbero diventati giganti restando maledetti. Un vecchio cortile. E alte volte bombate, e pietra viva, e archi, e una fantasmagoria di barattoli di colore che farebbero e fanno la gioia del fanciullino che è in tutti noi. E di sicuro anche in lui. Un mondo incantato di colore che ha fatto giustamente dire allo scrittore Raffaele Nigro, ricordando che Roccotelli . Roccotelli <vuotò i calamai della fantasia e imbrattò la terra, le campagne, i colli: inventa il mondo colorato>.

Roccotelli è la Puglia. La Puglia dell’oro dei campi di grano, del rosso dei pomodori, del giallo delle sabbie, del verde degli ulivi, del bianco del sale, del blu delle onde. La Puglia, della quale egli stesso parla con quella sua aria mite e pacata e tutt’altro che maledetta, col sorriso buono ma il piglio contagioso e rassicurante di chi si è fatto da sé, di chi viene dal poco. Ché poi ben altro piglio quando, indossato il camice e posata la tela, esplode nei suoi gesti d’artista che sono tutto uno spettacolo. Alla Nigro appunto. Ora mazzate ora carezze, ora strisciate ora toccate, ora soste ora fughe sulla superficie inanimata che diventa respiro, e anima, e pulsazione, ed emozione che ci parla e vive: natura viva, altro che natura morta. Il prodigio di Roccotelli in azione.

Come tutti i grandi artisti, Roccotelli ha raccolto per donare. Ha raccolto, racconta, dai rovi di una Murgia pietrosa, spinosa di asfodeli, viscida di muschio profumato, di bassi ginepri, di calde dune chiazzate di pruno o rosmarino selvatico, di mortella verdeggiante. Può sembrare una lezione di botanica, è una lezione di mistica.  Il fatto è che Roccotelli non sarebbe Roccotelli senza la macchia mediterranea. E Roccotelli non sarebbe Roccotelli senza la pietra di Puglia diventata cattedrali, e tetti, e chianche. Vedi le sue tele, e scopri una basilica, e uno squarcio di centro storico, e una casedda. Né Roccotelli sarebbe Roccotelli senza i reperti di una Puglia che fu.

Anche in questo il suo atelier è una Wunderkammer, una di quelle Stanze delle Meraviglie nelle quali fra Barocco e Illuminismo si collezionavano oggetti straordinari. Ti aggiri fra pile di tele e odori di vernici e ti imbatti ora in una vecchia finestra che sotto le sue mani e il suo genio riprende a fiorire. Ora in una vecchia sedia da rigattiere che occhieggia sorniona. Ora in una damigiana che troneggia da lume. Ora in un sasso rianimato in gnomo. Ora in piatti promossi in quadri. Ora in un tronco nobilitato in scultura. La scultura, altra passione di Michele. La ceramica. Come le poesie, che con modestia e passione ma sorprendente bellezza accompagnano molte delle sue opere, l’altra faccia della sua sensibilità.

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