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Claudia Giraudo

La pittura di Claudia Giraudo è un gioco mutevole, avvolgente e ammiccante, denso di simboli e significati sottesi. Un gioco che corteggia l’anima, che la sviscera, la ricalca, la scompone e la ricompone, arricchendola di arabeschi semantici sorprendenti, dove la persona (nel senso latino del termine) diviene davvero maschera, ma una maschera che, paradossalmente, anziché nascondere, svela l’essenza dell’essere ed esalta la Bellezza assopita dentro ognuno di noi.

I volti che Giraudo raffigura sono reali, rappresentano esseri che vivono intorno a noi e che, per un alchemico sortilegio, si trasformano in personaggi, in drammaturghi e attori di se stessi. Grazie a un’accurata e doviziosa ricerca tecnica e cromatica, Giraudo plasma temerarie metamorfosi in cui il soggetto, pur rimanendo sempre se stesso, perlustra le proprie infinite identità. Così l’uomo immanente diventa trascendente, emblema di simboli universali, oltre il tempo e lo spazio. La connotazione storica non intende contestualizzare l’individuo in un’epoca diversa dalla propria, bensì enfatizza la sua dimensione atemporale ed estetica, per elargire al soggetto unicità, solennità e dignità. L’estetica atemporale, quindi, non è concepita come puro esercizio di virtuosismo autoreferenziale, ma diventa strumento per attingere alle proprie radici ontologiche ancestrali.

Attraverso la realtà fenomenologica si scandaglia ben altro; si giunge al “mondo delle idee”, al “mitico Empireo” dove esiste non più “qualcosa di bello”, ma l’idea della Bellezza stessa, ovvero ciò che riconduce il molteplice all’unità, come direbbe Platone. Il soggetto rappresentato nelle opere di Claudia Giraudo è un “referente sinottico dell’opera omnia”. L’opera omnia, in questo caso, è la poliedrica versatilità dell’animo umano. L’apparente ossimoro si scioglie, perché Claudia Giraudo compie un passo ancora oltre: molteplicità e unità non sono due concetti antitetici, anzi, si intersecano e convergono, e, per un audace parossismo, divengono un’unica entità, quasi un surreale e ironico palindromo. Il soggetto raffigurato nelle opere di Claudia Giraudo è complice di una emblematica metamorfosi che si compie talvolta attraverso un intrigante “rito di vestizione”, impiegando collage di preziosi tessuti, talvolta, invece, grazie al processo opposto, spogliando il personaggio dei suoi abiti per mettere in risalto la sua nudità. Nella sua più recente produzione, possiamo ammirare nuovi simbolismi e nuove sfaccettature concettuali, che ci portano a esplorare un senso escatologico profondo e sottile, reso attraverso lucenti sfondi bianchi, l’alternarsi di “vuoto” e “pieno”, e un uso del colore che si fa a tratti materico, a tratti diafano e impalpabile.

Le tele di Giraudo sono popolate da eterici bambini che stringono tra le mani dei gigli, simboli di eterna purezza, appesi a un filo, come a sottolineare l’ineludibile precarietà della vita umana. Questi bambini ci appaiono nella loro essenza più atavica, come candidi e delicati messaggeri sospesi in un limbo atemporale ed evanescente, e sembrano trasmetterci e infonderci fiducia, gioia e consapevolezza, nonostante la loro apparenza di teneri e giovani fanciulli. Essi sono i luminosi e sapienti custodi del meraviglioso segreto della vita.

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